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Pino Daniele


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Il Mio Nome è Pino Daniele... - Recensione 4
recensione su DeBaser.it

Sarà che son di buon umore. Che fuori è una giornata bellissima e fa un caldo incredibile e ingiusto. Sarà che oggi nessun cliente m'ha fatto girare le balle. Sarà probabilmente che "Iguana Café", il precedente, m'aveva talmente fatto incazzare... insomma... sarà quel che sarà, ma questo disco di Pino Daniele mi sembra molto meno peggio del solito. Ci vedo un'iper-produzione molto curata e molto ben rifinita. Mi sembra che Pino ci creda un po' di più. Persino i duetti con Giorgia, personaggio a mio parere discutibilissimo in quanto clone delle già modestissime Houston e Carey, non fanno così orrore. I testi non sono proprio bellissimi, ma neppure fanno ribrezzo, come troppo spesso, ultimamente, era accaduto.

Il disco si apre in maniera molto "pinodanielesca": subito si riconosce quella chitarra santanesca che napoletaneggia in arabo, tipica del Nostro, come subito si nota un giro di accordi suo classico, già usato altrove e forse troppo spesso. Però il risultato non è male e questo "Back Home" non si fa odiare. Anzi. È un buon brano d'apertura, che molto promette e molto significa dell'album che andrà a seguire: un'opera che brilla per suoni perfetti, per cura maniacale degli arrangiamenti e soprattutto per un uso buono e massiccio, oltre che abbastanza inedito per l'autore, dell'elettronica. In quasi tutti i brani, infatti, le sequenze, i tastieroni, le batterie e le percussioni elettroniche si sprecano. Ma non in un monumento all'elettronica come potremmo definire, nel bene, "Il Vuoto" di Battiato o, nel male (forse... chissà) l'ultimo dei Righeira. Qui l'elettronica si mescola in maniera pressoché perfetta con le chitarre acustiche, le percussioni vere con quelle "finte", e si sentono, udite udite, persino degli strumenti che rischiavano il dimenticatoio. C'è infatti un assolo di sax, pure bello, di Bob Sheppard, nel primo duetto con Giorgia ("Il Giorno E La Notte") e una sezione di fiati molto cubana e assolutamente a proposito, in "Ruhm And Coca". Che il periodo dell'ultrachitarrismo fine a se stesso, aprioristico e dittatoriale, simbolo di un'epoca più banale che semplice stia finendo...? La voce di Pino è meno "flautata" che nel recente passato, anche se purtroppo siamo lontanissimi dall'oltraggiosa potenza dei tempi d'oro, e la sua chitarra vola sempre alto e altissimo, impeccabile e perfetta, anche se le frasi e le improvvisazioni sono sempre le stesse e in qualche modo sanno di "già sentito". Fatto sta che c'è molto spazio agli strumenti (più del solito) e questo è un bene in sé. Soprattutto certifica una scelta che potremmo definire nuova (o antichissima), ovvero il porre in essere scelte musicali non troppo occhieggianti ai giovinastri e (non vogliatemene) e non troppo femminili. Chi mi legge sa come la penso: per me Pino ha smesso di essere il "Gigante Che Era" da quando la giovane e bella moglie ha avuto un peso sulle sue scelte artistiche (e nessuno, neppure -per ipotesi- lui, potrebbe convincermi del contrario). È diventato femmineo, delicatissimo, come dicevo "flautato", dimenticandosi del blues e della strada napoletana che l'avevano fatto nascere e crescere, per ridursi troppo spesso a far musica "da ascensore". Per carità, benissimo confezionata, ma pur sempre "da ascensore" o, se preferite, da sottofondo di un negozio d'abbigliamento e di una pizzeria trapiantata in terre straniere. Insomma: non so se c'è da vedere, o intravedere, una rinascita, un ritorno al passato, un vero ritorno a casa ("Back Home"...?!), ma c'è sicuramente da sperare. In più Pino ha sempre avuto il vizio di chiudere gli album con brani significativi di quanto sarebbe accaduto dopo, e qui "Passo Napoletano", brano di chiusura dell'album, è un vero capolavoro. L'elettronica delle percussioni, che cambia in continuazione e mai a sproposito, è perfetta, e la chitarra "methenyana" canta che è una meraviglia. Il brevissimo testo anglo-partenopeo (o partenopeo e parte-americano, come avrebbe detto il buon Arbore) è semplicemente perfetto nel suo minimalismo.
Potrebbe essere la promessa di qualcosa di grande o solo uno splendido incidente di percorso. Ricompare persino Tony Esposito. Quello di "Calimba De Luna"... No, quello di prima, ed evidentemente di adesso, quello che suona, benissimo, le percussioni. Sta di fatto che dopo aver sentito questo disco più volte e con la giusta attenzione non provo l'incazzatura che negli utlimi anni mi prendeva regolarmente dopo aver pagato il mio volontario e tradizionale "pizzo" allo Zio Pino. O il prodotto è buono, o sono veramente di buon umore.

Recensione di Primiballi su DeBaser.it







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