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Pino Daniele Project: Passi D'Autore
recensione su kataweb.it

Due estati fa, in quel tour corale che alla fine non aveva dispensato solo rose e fiori, Pino Daniele cantava Viva l'Italia con De Gregori, Ron e Fiorella Mannoia. Oggi riprende a volare alla sua maniera, libero da schemi e tattiche alle quali è sempre difficile abituarsi, così il suo Passi d'autore (nei negozi dal 23 aprile) ha una sola voce, la sua, sempre bellissima, e quel suono di chitarra intorno al quale lavora con gusto il trio del batterista Peter Erskine (con lui Alan Pasqua al pianoforte e Dave Carpenter al contrabbasso).

Di Italia si continua a cantare - qui ce n'è molta di quella sentimentale anni Sessanta - ma anche l'Europa affiora più volte, col jazz zingaro di Django Reinhardt e con quello di casa in qualche bistrot parigino all'inizio del secolo scorso. Poi c'è l'altro mondo, quello oltre il mare, che nella musica di questo curioso e istintivo napoletano si intrufola da sempre, con abiti d'ogni colore, con la pelle nera e con le bandiere del Brasile, di Cuba e dell'Argentina. Basterebbero questi ingredienti a riempire il disco, facendolo traboccare di emozioni e sentimento. Ma no, attenzione, c'è anche qualcosa in più: i madrigali nati nel 500 dal canto gregoriano.nto gregoriano.

L'impatto con l'album e il suo artwork è dei più sobri. Bianco e nero la foto, Pino in giacca e cravatta (ma attento a non mostrarlo troppo), niente fronzoli e chiassosi richiami incontrati in passato. Dentro tanta musica e in pochi a suonare, secondo le promesse di uno strillo in copertina che accredita il lavoro al Pino Daniele Project, come nei dischi dei campioni del jazz. Promessa mantenuta, perché il jazz è tanto e commuove per come sa adagiarsi sulla melodia.

Il freno, semmai, arriva dall'intuizione ultima, quel coro che quando irrompe a "cappella" distrae e respinge più che incuriosire. Lo incrociamo in quattro brani: se in due si accorda al contesto lavorando, innovativo, nelle retrovie di Arriverà l'aurora e La mia casa sei tu, negli altri - Gli stessi sguardi e Ali di cera (firmati da Daniele con il Maestro Gianluca Podio) - è solitario protagonista: più difficile accettarne la spiazzante presenza. Sarà l'ascoltatore a giudicare, ma il rischio che lo zapping selvaggio (che non esiste solo in tv) possa fare scempio di tanta nobile ricerca è davvero alto perché quell'aria rinascimentale stride non poco messa lì tra la bossanova e il blues.

Sei minuti scarsi di raggelante cupezza (ma di inappuntabile perfezione tecnica e di profondità quasi spirituale) quelli destinati al quartetto vocale. Faranno parlare e porteranno altri argomenti alla storia lunga del virtuoso chitarrista ma non smorzano che di pochissimo la forza di un disco la cui bellezza risiede ancora una volta nell'impasto tra una voce e una chitarra che scaldano il cuore appena si manifestano.

Accade subito nell'iniziale Arriverà l'aurora, ritmo lento, spazzole a frusciare sui piatti e un bell'ottimismo. Pino canta "il tempo ci darà ragione come la musica e le parole, canteremo ancora e resteremo qua ad aspettare l'alba". Avvio intriso di voglia di pace e di contagiosa serenità. Quest'ultima è la stessa che affiora in Bella da vivere, con la chitarra che diventa elettrica e un blues appena accennato. Lui ha "sangue latino", lei è "bella e irragiungibile, con una spiga di grano che sale sulla schiena nuda". Orecchiabilità da secondo singolo, con la fragranza di un pop "adult oriented" che marca da vicino il miglior Clapton o il meno conosciuto Keb' Mo'.

Il singolo dichiarato, quello che già canta in radio, è Pigro, un collaudato stop in terra brasiliana, dove di carioca non c'è solo l'andamento ma anche le intenzioni del testo: "Resto, resto a letto mentre sento l'odore del caffè, ho tante cose da fare ma non mi importa niente". Parole buone a San Paolo come a Fuorigrotta: profumi simili. Poi un pensiero corre a Ornella Vanoni, che una canzone così potrebbe farla sua alla prima lettura.

Questo disco, che mostra una seria voglia di ricerca, ospita due tributi per i quali l'autore ha dovuto compiere uno sforzo minimo tanto i destinatari di tanta attenzione - Django Reinhardt e Diego Maradona - sono vicini alla sua anima. Al primo è indirizzata Nuages sulle note, dove, appunto sulle note del chitarrista belga, Daniele scrive un testo e rende omaggio a quella musica leggera ma penetrante come "luce azzurra d'abat jour".

All'artista del calcio, per la cui salute oggi si prega e che un giorno fece dimenticare a una città i suoi mille problemi, è invece dedicato, con un tempismo che fa rabbrividire ma è solo drammatica coincidenza, il Tango della buena suerte, che il mondo ora si augura porti bene a Dieguito, uomo di nuovo ferito dalla sua stessa voglia di vivere. "Ma la partita più importante è da giocare con la vita, stando a metà del campo", canta Pino Daniele, che più avanti aggiunge "resterai qui per sempre, come un fermo immagine, buona fortuna". Quando si dice una canzone al momento giusto.

Talento generoso, in Passi d'autore Pino Daniele toglie la luce dalla sua parte e la usa per illuminare uomini e luoghi che ama. Quando questi coincidono, come Ernesto Che Guevara e Cuba, allora è festa doppia. Isola grande dice di "limpida e trasparente acqua" dove "c'era un comandante" e "la grande musica nel cuore" a parlare "di rivoluzione". Tra l'Havana e le Antille la musica porta lontano, con un testo che tradisce la malinconia per il presente cubano ("Se ci fosse Ernesto, lui si che saprebbe cosa fare") per poi chiudere giocando con le parole ("ma non c'è un altro Che").

Se Dimmi cosa succede sulla terra (97), Come un gelato all'equatore (99) e Medina (2001) si presentavano più immediati, questo nuovo lavoro di Pino Daniele, dove i dialoghi tra chitarre e pianoforte sono gioielli da lucidare a ogni uscita, chiederà qualche ascolto in più meritandosi però tutta l'attenzione del caso. Se lo meritano le luci soffuse, da night club, che in La nostra estate insieme

e Concerto per noi due evocano l'eleganza anni Sessanta che fu di Bruno Martino, Umberto Bindi e Fred Bongusto.

Se lo meritano i cambi di ritmo di Dammi una seconda vita e Deja-vu, pezzi vecchia maniera. E se lo meritano le foto domestiche di La mia casa sei tu ("voglio una casa senza porte e senza pavimento, dove per tetto avremo il cielo e per letto il sentimento") e Sofia sulle note ("ho rubato una lacrima e scapperemo insieme per non piangere più"), dove gli affetti più vicini strappano all'uomo le sue più belle promesse.

Recensione di Ermanno Labianca su kataweb.it







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