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Pino Daniele & Friends
Fonte Il Mattino

È nel sax di James Senese che soffia «Chi tene ’o mare, o ssaje, nun tene niente». È nell’incontro inedito, persino inatteso ormai, delle voci di Pino Daniele e Enzo Gragnaniello che intonano «Donna Cuncetta», consapevoli che «’o tiempo d'’e cerase è gia fernuto», forse non è nemmeno mai iniziato, che «d’int’’ a stu tuppo niro/ ce stanno tutte ’e paure/ ’e nu popolo ca cammina sott'’o muro».

È nelle facce dei ragazzi di ieri e di oggi che riempiono il Palapartenope per il primo di sei tutto esaurito annunciati. È nella felicità dei nostalgici, è nella sorpresa dei più giovani che non possono capire quanto conti per i genitori e gli zii e i fratelli (molto) maggiori questa notte di note, di ricongiungimenti, di pentimenti, di ravvedimenti, di affinità sottolineate e divergenze messe da parte, forse solo per un attimo, forse per qualcosa di più di un attimo. Davvero «Tutta n’ata storia», quella del mucchio selvaggio dei lazzari felici, dei mascalzoni latini, degli uomini in blues, dei neri a metà, dei newpolitani confusi e felici.

Nell’appiattimento dell’informazione, soprattutto quella musicale, qualcuno scambia per puro campanilismo l’affetto, e anche le polemiche (annunciato, Avitabile non c’è), innescate dal concerto grosso voluto dall’uomo di «Napule è». Eppure il repertorio è da mille e una note, e ignorarlo, e perderlo, è peccato non veniale. Soprattutto perché a cesellarlo, rinnovarlo, vestirlo e denudarlo, quel canzoniere, c’è una all star band che mai nessuno in Italia si è potuto permettere, altro che il Ligabue kolossal del primo Campovolo.

Il supergruppo che fu (James Senese, Tony Esposito, Tullio De Piscopo, Joe Amoruso e Rino Zurzolo) si ricompone e si scompone per momenti a due, a tre, e via dicendo. Si fa sostituire dall’attuale band di Pino (Michael Baker, Gianluca Podio, Elisabetta Serio e ancora Zurzolo). Poi ritorna, si fa «contaminare» dalle percussioni di Rosario Jermano e dalla chitarra di Antonio Onorato che garrisce in «Je so pazzo», si gode - pur con qualche cambio/palco complesso - l’arrivo di altre facce e suoni storici del neapolitan power: Senese intona «Campagna» e «Simme jute e simme venute» con Ernesto Vitolo e Gigi De Rienzo oltre che con Fredy Malfi, Esposito si fa raggiungere dai suoi musicisti per «Kalimba de luna», De Piscopo dai suoi (compreso Toni Cercola) per «Stop bajon».

Successi da solisti che significarono anche la fine di quel sogno che si sarebbe dovuto chiamare Scirocco, la divisione che non fece la forza, anzi. E ammetterlo oggi, in questo, è un passo in avanti, non revisionismo, proprio come il Gragnaniello che passa da «Cammina cammina» alla sua «Senza voce», impreziosita dalla chitarra latina dell’ex compagno delle elementari.

Daniele è un uomo solo al comando che inizia dagli inizi: «Terra mia», preghiera profana e addolorata, «Qualcosa arriverà» con la speranza di una primavera mai arrivata, «Lazzari felici», che il Novecento è passato, «passammo nuje s'acconcia ’o tiempo», e in platea ci si guarda attorno come fanno a messa quei fedeli che credono davvero e si scambiano il segno di pace. E arriva Tullione, un uomo chiamato batteria, ed è tempo di «Putesse assere allero» e «Je sto vicino a te», e la platea è un coro danieliano a boccachiusa, come succede con «Appucundria» (Esposito più Zurzolo più Podio) e con i set del dream team di «Vai mò»: prima «Bella ’mbriana», «I say i sto cca’», «Notte che se va»; poi «Viento ’e terra», «Yes I know my way», nel finale.

Del repertorio più recente ci sono «Coffe time» e «’O fra» dall’ultimo album «La grande madre» e il clangore pop di «Dubbi non ho» e «Che male c’è». Le leggi del mercato non impediscono strumentali (un solo di Amoruso che accompagna amorevole anche «Alleria», un pezzo di Zurzolo con Valentina Crimaldi e la Serio), le leggi del cuore - che qui lo sappiamo come fa il cuore, come farà stasera quando arriverà anche ’o Raiz - obbligano il finale: salta la dedica a Troisi di «Quando», pure in scaletta.

E, inevitabile, inesorabile, ineludibile, arriva «Napule è», con l’orchestra grossa di tutti i lazzari felici per la prima volta riuniti in scena. Tanti padri hanno portato i bambini: Napule è ancora «’a voce d’’e criature che saglie chianu chianu e tu saje ca nun si’ sulo».

Federico Vacalebre







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